Al Taormina Film Festival arriva Piccolo miracolo: Marco D’Amore e Greta Scarano tra emozione e riscatto
Ci sono film che nascono da una sceneggiatura, altri da un’urgenza. Piccolo miracolo, il nuovo lavoro di Guido Chiesa, appartiene a quella categoria più rara di opere che sembrano prendere forma nell’attrito: tra il tempo che manca, i finanziamenti da trovare, gli attori da coinvolgere, le prove da comprimere, la realtà da attraversare e trasformare in racconto.
Il film, con Marco D’Amore e Greta Scarano, è annunciato in sala dal 25 giugno 2026 e sarà presentato in concorso alla 72ª edizione del Taormina Film Festival. È prodotto da No Name Entertainment e Alea Film con Rai Cinema, in collaborazione con Sky, nasce da un soggetto di Edoardo Leo e Nicoletta Micheli, ed è ispirato al romanzo La grazia del demolitore di Fabio Bartolomei.
Al centro della vicenda c’è Davide Lancia, quarantenne benestante, figlio di un potente costruttore romano, incaricato di demolire una vecchia palazzina per trasformarla in un complesso di lusso. Ma la sua strada incontra quella di Ursula, una donna cieca, indipendente e determinata, che abita ancora quell’edificio e non intende lasciarsi cancellare insieme ai muri della propria casa.
È qui che il film trova la sua chiave più interessante: non la cecità come semplice elemento narrativo, ma come ribaltamento dello sguardo. Chi vede davvero? Chi possiede gli occhi o chi sa riconoscere la sostanza delle cose? Davide, abituato a misurare il mondo attraverso il denaro, il prestigio, l’eredità familiare e la superficie della bellezza, si trova davanti a una presenza che non può essere liquidata come ostacolo burocratico. Ursula non è un problema da risolvere: è una domanda vivente.
Dall’incontro con il pubblico emerge con forza quanto il film sia nato dentro una lavorazione tutt’altro che comoda. Il regista racconta un percorso fatto di tentativi, attese, ricerca di finanziamenti e improvvise accelerazioni produttive: un progetto che a un certo punto sembrava arenato e che poi, con l’arrivo dell’interesse produttivo, ha costretto autori e troupe a rimettersi in moto rapidamente.
Questa dimensione artigianale, quasi febbrile, è preziosa perché restituisce al pubblico una verità spesso dimenticata: il cinema non nasce soltanto dall’ispirazione, ma da una somma di ostinazioni. Dietro un’inquadratura ci sono giornate di lavoro, scelte dolorose, compromessi, incidenti, intuizioni dell’ultimo momento. E soprattutto c’è il tempo, che nel cinema non è mai neutro. Il regista sottolinea quanto si tenda a sottovalutare la durata reale della scrittura, della preparazione e delle prove: un film può richiedere anni, ma a volte deve compiersi in settimane, senza perdere la propria anima.
Uno degli aspetti più affascinanti del confronto riguarda il lavoro dell’attore. Il personaggio di Davide viene descritto come un uomo “sfocato”, non ancora compiuto, in cerca di una forma. La sua trasformazione non passa da una conversione improvvisa, ma da un progressivo spostamento dello sguardo: prima verso l’esterno, verso un mondo marginale e dimenticato; poi verso l’interno, dove ogni vero cambiamento è costretto a misurarsi con le proprie ombre.
È un passaggio decisivo. Piccolo miracolo sembra voler raccontare proprio questo: la possibilità che un incontro incrini la corazza dell’abitudine. Davide non cambia perché qualcuno gli impartisce una lezione morale. Cambia perché la realtà, quando viene guardata senza difese, smette di essere decorazione e diventa responsabilità.
La presenza di Greta Scarano, nel ruolo di Ursula, introduce nel film una tensione ulteriore. Il rischio, in storie di questo tipo, sarebbe quello di trasformare la disabilità in metafora edificante. Ma il materiale emerso dall’incontro suggerisce una direzione più complessa: Ursula non è la figura fragile che salva l’uomo cinico, bensì una donna che obbliga il protagonista a rinegoziare il proprio posto nel mondo. Non un simbolo, ma un corpo narrativo, una volontà, una resistenza.
Interessante anche la riflessione sulla formazione. Alla domanda di alcuni giovani su scuole, accademie e autoformazione, le risposte convergono su un’idea forte: non esiste una sola strada per diventare artisti, ma esiste una condizione imprescindibile, cioè conoscere il proprio strumento. Per l’attore, quello strumento è il corpo intero: carne, voce, sensibilità, memoria, immaginazione, ferite, esperienza.
Da qui nasce uno dei passaggi più belli dell’incontro: l’invito a non confondere la visione di molti film con la formazione autentica. Guardare cinema è importante, ma non basta. Bisogna vivere, leggere, osservare la realtà, attraversare il mondo. Perché se lo specchio dell’artista viene puntato solo su altre opere, rischia di restituire copie di copie; se invece viene rivolto alla vita, può intercettare qualcosa di più necessario.
In questo senso Piccolo miracolo diventa anche una riflessione sul mestiere. Non solo sul mestiere del cinema, ma sul mestiere di guardare. La registrazione dell’incontro, come ogni traccia di una performance, conserva qualcosa e inevitabilmente perde qualcosa: la voce, il tono, l’ironia, gli sguardi tra palco e platea. Eppure proprio questa traccia permette di ricostruire il clima di un dialogo vivo, in cui il film non è più soltanto prodotto finito, ma processo, fatica, racconto condiviso. Il volume Registrare la performance ricorda, in altra prospettiva, come ogni evento artistico viva tra memoria e trasformazione, tra presenza e simulacro, tra ciò che accade e ciò che resta.
Il “piccolo miracolo” evocato dal titolo, allora, non sembra essere soltanto quello della trama. È anche il miracolo laico del cinema quando riesce ancora a farci uscire dal nostro punto di vista. Quando ci ricorda che vedere non significa possedere immagini, ma accettare di essere modificati da ciò che incontriamo.
In un panorama spesso affollato di storie costruite per somigliare ad altre storie, Piccolo miracolo prova a rimettere al centro una domanda semplice e radicale: cosa succede quando una persona abituata a demolire incontra qualcuno che gli insegna, senza retorica, il valore di ciò che resiste?
Forse il cinema serve ancora a questo: non a offrirci risposte perfette, ma a creare lo spazio fragile in cui possiamo cominciare a guardare meglio.
