Il Teatro ABC apre al jazz: una nuova frontiera culturale tra improvvisazione, territorio e grandi maestri
La vera novità della conferenza stampa non riguarda solo il teatro. Accanto alla stagione dell’ABC e a quella del Teatro Angelo Musco, si apre infatti un terzo capitolo: la nascita di una stagione jazz. È un passaggio importante perché modifica il profilo stesso del Teatro ABC. La sala non viene più presentata soltanto come luogo della prosa, della commedia, del musical e della tradizione siciliana, ma come spazio capace di accogliere anche la musica dal vivo, l’improvvisazione, il dialogo internazionale.
Nella conferenza questo allargamento viene raccontato con entusiasmo. Si parla di una “prima stagione” jazz, di un progetto che nasce quasi spontaneamente dall’incontro tra la direzione del teatro e Rino Cirinnà, musicista siciliano chiamato a dare forma a una proposta nuova. Il tono è quello di una scommessa: non aggiungere qualche concerto isolato, ma costruire una rassegna riconoscibile, con nomi importanti e una precisa attenzione al territorio.
Il jazz, in questo contesto, non arriva come corpo estraneo. Al contrario, dialoga perfettamente con l’identità del teatro. Anche il jazz, come la scena, vive dell’istante. Ogni concerto è un evento irripetibile, anche quando parte da una partitura, da uno standard, da un tema conosciuto. L’improvvisazione è una forma di teatro sonoro: accade davanti al pubblico, rischia, cambia, si espone. Portarla all’ABC significa chiedere agli spettatori di allenare un ascolto diverso, meno prevedibile, più aperto alla sorpresa.
Tra i nomi richiamati in conferenza spicca Scott Hamilton, indicato come uno dei grandi protagonisti del sassofono jazz. La sua presenza dà alla rassegna un’impronta internazionale e insieme classica, legata a una concezione del jazz fondata su eleganza, swing, suono caldo, rapporto diretto con la tradizione. Cominciare da un artista di questo profilo significa dare subito alla stagione una cornice autorevole.
Altro passaggio centrale è quello dedicato a Paolo Fresu e al progetto Sketches of Islands. Nella conferenza si parla di una produzione che parte dalla Sardegna e che richiama il tema delle isole. È un’intuizione particolarmente felice per Catania. La Sicilia può riconoscersi in questo immaginario: l’isola non come periferia, ma come punto di partenza per guardare il mondo. Fresu, con la sua poetica sospesa tra lirismo mediterraneo e respiro internazionale, rappresenta perfettamente questa possibilità.
Il legame con il territorio emerge anche attraverso il progetto Sicily Jazz Collective, presentato come una realtà destinata a diventare un marchio, una piattaforma capace di produrre nuova musica negli anni. È forse uno degli aspetti più interessanti della rassegna. Non si tratta soltanto di ospitare grandi nomi, ma di costruire un’identità musicale locale, di dare spazio a musicisti siciliani, di trasformare il teatro in un laboratorio.
La scelta di dedicare un progetto alla musica dei Beatles va letta in questa direzione. Il jazz, quando incontra repertori popolari, non li “nobilita” dall’alto: li attraversa, li reinventa, li porta in un’altra dimensione. I Beatles sono patrimonio comune, memoria collettiva, canzoni che appartengono a generazioni diverse. Rileggerli in chiave jazz significa creare un ponte tra pubblico esperto e ascoltatori curiosi, tra chi frequenta abitualmente il genere e chi può entrarvi attraverso melodie conosciute.
La presenza di Gonzalo Rubalcaba, associata in conferenza a un progetto dedicato a Pino Daniele, apre un’altra traiettoria affascinante. Qui il jazz incontra il Sud, la canzone d’autore, Napoli, il Mediterraneo, le radici afro-cubane. Pino Daniele è stato uno degli artisti italiani che più hanno saputo fondere blues, jazz, napoletanità e linguaggi internazionali. Affidare questo universo sonoro a un pianista come Rubalcaba significa portare sul palco un dialogo tra culture, più che un semplice omaggio.
La stagione jazz dell’ABC, dunque, sembra muoversi su tre direttrici. La prima è quella dei grandi nomi, necessari per dare prestigio e riconoscibilità alla rassegna. La seconda è quella del territorio, con la volontà di valorizzare musicisti siciliani e produrre nuova musica. La terza è quella dell’accessibilità: costruire programmi capaci di parlare anche a chi non possiede una formazione jazzistica, ma ama la musica dal vivo, la qualità interpretativa, l’emozione dell’ascolto.
È proprio qui che il progetto può diventare culturalmente rilevante. A Catania non manca il pubblico della musica, ma spesso manca una continuità di luoghi e percorsi. Una stagione jazz stabile dentro un teatro riconosciuto può aiutare a formare nuovi ascoltatori, a creare abitudini, a sottrarre il concerto alla dimensione dell’evento occasionale. Il jazz ha bisogno di pubblico, ma il pubblico ha bisogno di essere accompagnato dentro il jazz.
L’ABC, forte della propria comunità teatrale, può tentare questa operazione: portare una parte dei suoi spettatori verso un linguaggio musicale più libero e, allo stesso tempo, attirare appassionati di jazz dentro uno spazio teatrale. È un incontro che può arricchire entrambe le parti. Il teatro guadagna una nuova vibrazione sonora; il jazz trova una casa scenica, una cornice, una platea ampia.
La conferenza stampa restituisce l’immagine di una famiglia culturale che cresce. Non più soltanto ABC e Musco, ma anche una terza via musicale. In questo senso, la stagione jazz non è un’aggiunta decorativa: è un segnale. Dice che un teatro privato, se vuole restare vivo, non può limitarsi a conservare ciò che ha funzionato. Deve rischiare, aprire porte, intercettare desideri nuovi.
Il jazz all’ABC è quindi una sfida di ascolto e di visione. Se funzionerà, potrà trasformare il teatro in una vera piattaforma culturale, capace di mettere in relazione prosa, tradizione, musical e musica d’autore. E in una città come Catania, dove il talento spesso esiste ma chiede luoghi in cui sedimentarsi, questa può essere una delle notizie più interessanti della stagione.
