Teatro

Massimiliano Gallo porta in scena Malinconico a Catania: l’ironia fragile di un antieroe che ci somiglia

Ci sono personaggi che funzionano perché vincono, e altri che restano impressi perché inciampano. Vincenzo Malinconico appartiene senza dubbio alla seconda categoria: è un uomo imperfetto, disordinato, sentimentale, spesso fuori asse, e proprio per questo profondamente umano. Non stupisce allora che, dopo aver conquistato i lettori nei romanzi di Diego De Silva e i telespettatori nella serie Rai, questo avvocato d’insuccesso trovi ora nel teatro una nuova, naturale dimensione. Arriva così a Catania “Malinconico – Moderatamente felice”, spettacolo firmato da Diego De Silva e Massimiliano Gallo, in scena mercoledì 25 marzo alle 21 al Teatro Metropolitan, fuori abbonamento del cartellone del Teatro Vitaliano Brancati.

Più che una semplice trasposizione, lo spettacolo sembra configurarsi come un passaggio di stato: dalla pagina al piccolo schermo, fino al palcoscenico, dove la voce interiore del personaggio può finalmente farsi corpo, respiro, presenza viva. È una scelta tutt’altro che secondaria, perché Malinconico è un personaggio costruito proprio sull’oscillazione continua tra pensiero e azione, tra autoironia e smarrimento, tra l’istinto di capire la vita e la puntuale incapacità di governarla. Portarlo a teatro significa allora esporlo a una nudità ulteriore, liberarlo dalle mediazioni e affidarlo alla verità immediata della scena.

Che a interpretarlo sia ancora Massimiliano Gallo, che dello spettacolo firma anche la regia, rende l’operazione ancora più coerente. Gallo ha saputo infatti incarnare fin dall’inizio la natura sfuggente e insieme riconoscibilissima di Malinconico: quella miscela di umorismo, esitazione, intelligenza laterale e fragilità emotiva che lo rende distante dagli eroi tradizionali e vicinissimo, invece, alla realtà quotidiana di molti. Il suo è un personaggio che non seduce per efficienza o brillantezza, ma per verità. Non rappresenta l’uomo che domina il caos, bensì quello che cerca di abitarlo con una certa dignità, e magari con una battuta amara al momento giusto.

È probabilmente qui che si nasconde il cuore del successo di Malinconico. In un immaginario contemporaneo spesso affollato da figure vincenti, risolte, performative, l’avvocato nato dalla penna di Diego De Silva porta in scena un’altra possibilità: quella dell’inadeguatezza come forma di consapevolezza. Non c’è trionfalismo nella sua parabola, ma un continuo negoziato con la vita, con i sentimenti, con il lavoro, con la famiglia. Ed è proprio questa sua condizione irrisolta a renderlo così familiare. Malinconico non consola perché offre soluzioni; consola perché mette in forma narrativa il nostro stesso disordine.

Lo spettacolo si articola in tre tronconi – professione, sentimenti, famiglia – che non sono soltanto i grandi capitoli della vita del protagonista, ma anche le tre aree in cui, in modi diversi, ciascuno di noi misura successi provvisori, fallimenti, slanci e contraddizioni. È una struttura semplice, quasi essenziale, che sembra puntare dritta all’essenza del personaggio e del suo mondo, lasciando emergere il tratto più forte della scrittura di De Silva: la capacità di trasformare l’ordinario in materia narrativa, di far affiorare il comico dal disagio, la tenerezza dall’imbarazzo, la riflessione dal paradosso quotidiano.

In questo senso “Malinconico – Moderatamente felice” si colloca in quella zona interessante dove letteratura e teatro si incontrano senza tradirsi. Da un lato resta la forza della parola, della lingua di De Silva, sempre capace di muoversi tra ironia, acutezza e malinconia; dall’altro entra in gioco la fisicità del teatro, la sua capacità di rendere immediato ciò che sulla pagina resta pensiero. Il risultato, almeno nelle intenzioni del progetto, è uno spettacolo coinvolgente e diretto, che non si affida agli artifici ma alla solidità di un personaggio già molto amato e alla bravura di un attore che ne ha saputo intercettare la frequenza più autentica.

Accanto a Massimiliano Gallo, in scena ci saranno Biagio Musella, Eleonora Russo, Diego D’Elia, Greta Esposito e Manuel Mazia, a comporre un ensemble chiamato a dare ritmo e sostanza a un racconto che vive di relazioni, inciampi, scontri e continue deviazioni emotive. Le scene di Luigi Ferrigno, i costumi di Eleonora Rella, il disegno luci di Alessandro Di Giovanni e le canzoni originali di Joe Barbieri completano un impianto artistico che lascia intuire un lavoro attento all’equilibrio tra leggerezza e profondità.

Ma al di là dei dettagli produttivi, ciò che rende davvero interessante questo approdo catanese è il valore culturale del progetto. Portare a teatro un personaggio come Malinconico significa scommettere su un tipo di racconto che non ha bisogno dell’eccezionalità per colpire, perché trova la sua forza nelle crepe, nelle esitazioni, nelle domande senza risposta. È un teatro che non cerca il grande effetto, ma la risonanza interiore; che non mette in scena l’eroismo, ma la vulnerabilità; che non pretende di insegnare, ma invita a riconoscersi.

E forse è proprio questo che il pubblico ritroverà al Metropolitan: non soltanto un personaggio noto e amato, ma uno specchio obliquo. Perché Malinconico ci fa ridere soprattutto quando smette di essere solo lui e diventa, all’improvviso, un po’ anche noi. Nelle sue incertezze professionali, nei suoi inciampi sentimentali, nel suo rapporto imperfetto con il mondo, c’è una forma di verità che il teatro può esaltare con particolare efficacia. La scena, più ancora della televisione, ha infatti il potere di restituire il tremore dell’umano senza filtri, di fare della fragilità una presenza viva.

In tempi in cui tutto sembra dover essere deciso, veloce, risolto, “Malinconico – Moderatamente felice” rivendica invece il valore di chi resta in bilico, di chi prova a capire anche quando non capisce fino in fondo, di chi continua a vivere senza somigliare a un modello vincente. Ed è forse proprio per questo che Malinconico, antieroe per definizione, continua a parlarci con tanta precisione: perché nella sua goffaggine emotiva, nella sua ironia pensosa, nella sua instabilità quasi filosofica, custodisce qualcosa di profondamente contemporaneo.

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