L’oro di San Berillo al Piccolo Teatro: la Catania perduta rivive in scena
«San Berillo ha avuto grande importanza nella mia gioventù catanese…». Non è solo un ricordo personale quello evocato da Pippo Baudo nella prefazione a L’oro di San Berillo: è un frammento di memoria collettiva, un affresco che restituisce a Catania un pezzo della propria identità, tra desiderio, contraddizioni e trasformazioni urbane irreversibili.
Da venerdì 13 a domenica 15 febbraio, l’atto unico di Domenico Trischitta, adattato e diretto da Gisella Calì, approda al Piccolo Teatro della Città. Non è semplicemente uno spettacolo musicale: è un viaggio dentro una ferita urbana, dentro una storia che continua a interrogare la coscienza civile.
San Berillo: tra mito, carne e speculazione
Negli anni Cinquanta, mentre la città “bene” passeggiava lungo via Etnea, per molti giovani catanesi la deviazione verso San Berillo era un rito iniziatico. Le case chiuse – «compiacenti e autorizzate» – erano parte di un sistema regolamentato, frequentato da uomini di ogni ceto. Un microcosmo brulicante, fatto di luci fioche e voci cantate, di umanità dolente e ironica.
Ma San Berillo non era solo il quartiere delle case di tolleranza: era un tessuto sociale complesso, popolare, stratificato. E fu proprio questo tessuto a essere travolto dalla speculazione edilizia e dalla pressione mafiosa, in un processo di “risanamento” che coincise con lo sradicamento.
Trischitta non si limita a rievocare: denuncia. La sua scrittura è un atto d’accusa contro una modernizzazione che ha cancellato vite e memoria. E lo fa senza indulgere nella nostalgia, ma mostrando la compresenza di oro e fango, vitalità e degrado.
La regia di Gisella Calì: due guide nel labirinto
Gisella Calì individua due direttrici per orientarsi nell’intricato mondo de L’oro di San Berillo. La prima è Don Saro, “Virgilio” affettivo che racconta senza giudicare. È lo sguardo interno, quello di chi nel quartiere è nato e cresciuto, di chi ama senza moralismi.
La seconda è la Canzone Italiana. Non semplice colonna sonora, ma vero dispositivo drammaturgico: cantata a squarciagola anche nei momenti più tragici, come un mantra liberatorio. La musica diventa tempo che scorre, memoria che lenisce, rito collettivo che sublima il dolore.
L’immagine evocata dalla regista è potente: come in un Carosello televisivo – simbolo dell’Italia tra anni ’50 e ’70 – scorrono cartoline in movimento. Fotografie destinate a ingiallire in un cassetto di Nesima, “quartiere residenziale”, mentre il negativo resta sospeso tra la Stazione e piazza Stesicoro. È lì che sopravvive l’anima incompiuta di San Berillo.
Un cast corale per una memoria condivisa
Lo spettacolo, prodotto da Associazione Città Teatro in collaborazione con Fiat Lux 2.0, vede in scena Cosimo Coltraro e Carmela Buffa Calleo, affiancati da Axel Torrisi, Giorgia Morana, Alessandro Chiaramonte, Daniele Caruso.
La direzione musicale di Elisa Giunta, le coreografie di Erika Spagnolo, i costumi di Rosy Bellomia e le scenografie di Rosario Di Paola contribuiscono a costruire un impianto visivo e sonoro che restituisce la dimensione popolare e insieme simbolica del quartiere.
Non è un’operazione di folklore, ma un’operazione di coscienza.
Teatro civile o teatro della memoria?
L’oro di San Berillo si muove sul crinale tra teatro civile e teatro della memoria. Non si limita a raccontare ciò che è stato, ma interroga il presente: cosa resta oggi di quel quartiere? Cosa resta di una città che ha sacrificato pezzi della propria anima sull’altare del “progresso”?
In un’epoca in cui le periferie tornano al centro del dibattito urbano, lo spettacolo assume una valenza attuale. San Berillo diventa paradigma di tante città italiane che hanno cancellato i propri quartieri popolari per sostituirli con spazi anonimi e residenziali.
La domanda sottesa è radicale: può una città crescere senza tradire se stessa?
Calendario spettacoli
- Venerdì 13 febbraio, ore 21
- Sabato 14 febbraio, ore 21
- Domenica 15 febbraio, ore 18
