I Persiani di Eschilo a Siracusa: la tragedia della sconfitta diventa specchio del presente
Un applauso lunghissimo ha salutato il debutto de I Persiani al Teatro Greco di Siracusa, confermando ancora una volta la forza inesauribile di Eschilo e la capacità del teatro antico di tornare a parlarci senza bisogno di chiedere permesso al presente. La nuova messinscena firmata da Àlex Ollé, regista catalano tra i fondatori della Fura dels Baus, ha conquistato il pubblico della 61ª Stagione dell’INDA con uno spettacolo che non si limita a riportare in scena un classico, ma lo interroga, lo riapre, lo espone alla ferita del nostro tempo.
Davanti a oltre 4.500 spettatori, tra cui anche Helen Mirren, Aldo Baglio e Donatella Finocchiaro, la tragedia di Eschilo è tornata nel luogo che più di ogni altro ne amplifica il respiro: il teatro greco, spazio di pietra e memoria, dove ogni parola sembra misurarsi con il cielo e con la storia.
La traduzione di Walter Lapini restituisce al testo la sua natura più sorprendente: I Persiani non è il canto trionfale dei vincitori, non è una celebrazione greca della disfatta nemica, ma un’opera che osa compiere un gesto radicale. Eschilo dà voce agli sconfitti. Li osserva nel dolore, nell’attesa, nello smarrimento. Ne riconosce il coraggio e la fragilità. Ed è proprio in questa scelta che la tragedia diventa modernissima: perché la guerra, quando il clamore delle armi si spegne, lascia sempre dietro di sé madri, anziani, superstiti, corpi mancanti e domande senza risposta.
Al centro della visione di Ollé c’è l’illusione del potere perpetuo. Atossa e Serse non sono soltanto figure del mito o della storia, ma presenze che incarnano una tentazione ricorrente: quella di credere che l’impero possa sopravvivere a tutto, perfino ai propri errori. Ma Eschilo insegna che proprio nel desiderio di oltrepassare il limite si annida il principio della rovina.
La scena ideata da Alfons Flores costruisce questa riflessione con un’immagine potente. Il Consiglio degli Anziani e la regina Atossa sono riuniti attorno a quello che inizialmente appare come un tavolo. Poi lo sguardo cambia: il tavolo è in realtà la tomba di Dario. Successivamente si trasforma ancora, diventando una sala di strategia militare, con una carta geografica del mondo. Ma non ci sono eserciti in movimento, non ci sono pedine ordinate da una mente sovrana: resta solo Serse, superstite e responsabile, simbolo di un potere che tenta di perpetuarsi anche attraverso il fallimento.
È una delle intuizioni più forti dello spettacolo: la sconfitta non cancella necessariamente il potere. A volte lo alimenta, lo giustifica, lo rinnova. Ollé sembra dirci che le catastrofi della storia non bastano a fermare i meccanismi del dominio, se non c’è una coscienza capace di riconoscerli.
A rendere tangibile questa architettura del comando contribuiscono i costumi di Lluc Castells, pensati come immagine visibile della gerarchia e dei suoi rituali. Non semplici abiti di scena, dunque, ma segni di appartenenza, distanza, obbedienza. Anche la musica di Josep Sanou sceglie una via meno ovvia: non cerca il fragore della guerra, ma il suo contraccolpo emotivo. Non il suono delle esplosioni, ma quello dell’attesa. Il silenzio di chi aspetta qualcuno che non tornerà. La sospensione di una città intera mentre il potere decide per tutti.
In questa prospettiva, la tragedia si fa esperienza corale nel senso più profondo del termine. Non è soltanto racconto, ma rito civile, corpo collettivo, memoria condivisa. Del resto, il dramma greco antico nasceva come forma radicalmente performativa, in cui parola, gesto, danza e musica concorrevano a costruire un unico evento scenico capace di coinvolgere pubblico e comunità.
Il cast sostiene questa visione con presenze di grande rilievo. Anna Bonaiuto è Atossa, figura regale e materna, attraversata dal presentimento e dalla ferita. Giuseppe Sartori interpreta il Messaggero, voce della disfatta e portatore di una verità che nessun potere vorrebbe ascoltare. Alessio Boni dà corpo all’Ombra di Dario, presenza che emerge dal passato come giudizio e ammonimento. Massimo Nicolini è Serse, il sovrano sconfitto, solo davanti alle conseguenze della propria hybris. Accanto a loro, Marco Maria Casazza guida un coro articolato e numeroso, sostenuto anche dagli allievi e dalle allieve dell’Accademia d’Arte del Dramma Antico.
Particolarmente significativa è la presenza dei tre “testimoni”: una madre, una giovane donna e un soldato. Figure che allargano il campo della tragedia e la sottraggono alla sola dimensione del palazzo. La guerra non appartiene mai soltanto ai re o ai generali. Appartiene, tragicamente, a chi la subisce.
Con I Persiani, Àlex Ollé non forza Eschilo dentro l’attualità: ne ascolta le risonanze. Il risultato è uno spettacolo che sembra ricordarci come i classici non siano monumenti immobili, ma organismi vivi. Parlano quando qualcuno ha il coraggio di rimetterli in tensione con il nostro tempo.
La tragedia resterà in scena al Teatro Greco di Siracusa fino al 28 giugno, per poi arrivare al Teatro Grande di Pompei dal 10 al 12 luglio. Due luoghi simbolici per un’opera che continua a interrogare il rapporto tra potere, guerra, memoria e responsabilità.
E forse è proprio questo il motivo per cui I Persiani continua a commuovere: perché non ci chiede di guardare la sconfitta degli altri, ma di riconoscere, dentro quella sconfitta, il riflesso delle nostre illusioni.
