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Taobuk 2026, a Taormina la cultura scommette sulla fiducia

La fiducia è una parola che pronunciamo spesso proprio quando comincia a mancare. La invochiamo nelle relazioni personali, nella politica, nei mercati, nella scienza e perfino nel rapporto quotidiano con le tecnologie. È una presenza discreta: quasi invisibile quando esiste, dolorosamente evidente quando viene tradita.

A questa materia impalpabile, ma decisiva per la vita collettiva, Taobuk dedica la propria sedicesima edizione. Dal 18 al 22 giugno 2026, Taormina tornerà a trasformarsi in un laboratorio internazionale di idee, ospitando più di duecento protagonisti della cultura contemporanea provenienti da trenta Paesi. Letteratura, cinema, musica, danza, arti visive, geopolitica, economia e scienza saranno chiamati a confrontarsi sotto il segno della Fiducia, tema scelto dalla presidente e direttrice artistica Antonella Ferrara.

Non si tratta, però, di celebrare una rassicurante disposizione d’animo. La fiducia proposta da Taobuk non è ingenuità, adesione cieca o ottimismo di circostanza. È piuttosto un rischio consapevole: la decisione di affidarsi a qualcuno, a una parola, a un’istituzione o a una conoscenza pur sapendo che ogni patto può essere infranto.

Una parola politica, prima ancora che sentimentale

Nel tempo della disinformazione, delle guerre, della polarizzazione sociale e dell’intelligenza artificiale, parlare di fiducia significa inevitabilmente parlare di potere e responsabilità.

Chi decide quali informazioni siano credibili? Quanto possiamo affidarci agli algoritmi? Che cosa accade quando si rompe il rapporto tra cittadini e istituzioni? È ancora possibile riconoscere una verità condivisa oppure siamo destinati a vivere dentro realtà parallele, costruite dalle nostre convinzioni?

Taobuk affronta queste domande partendo da un principio essenziale: la fiducia non è un patrimonio acquisito una volta per tutte. Deve essere costruita, verificata e rinnovata. Senza di essa non reggono le democrazie, non funzionano le economie e non si formano comunità capaci di riconoscersi in un destino comune.

È qui che il festival del libro supera i confini della manifestazione editoriale. Il libro rimane il centro simbolico dell’incontro, ma diventa anche una porta attraverso la quale osservare le trasformazioni del presente.

Sei percorsi per raccontare ciò che ci tiene insieme

Il programma si sviluppa attraverso sei direttrici tematiche: La parola che ci tiene insieme, Come si diventa umani, Il patto sociale, Il futuro è una promessa?, Umani e macchine e Geografie della fiducia.

La prima riguarda il fondamento stesso della letteratura. Ogni libro presuppone infatti un patto silenzioso: chi scrive affida qualcosa di sé alla pagina, mentre chi legge accetta di entrare in un mondo costruito dalla voce di un altro. È una forma di esposizione reciproca, tanto più preziosa in un’epoca nella quale le parole vengono spesso consumate rapidamente, manipolate o private del proprio significato.

Gli altri percorsi allargano progressivamente lo sguardo. La fiducia entra nel rapporto con il corpo e con la fragilità, nella cura, nell’amore e nella formazione dell’identità. Diventa poi materia politica, principio che sostiene il contratto sociale, la legalità e la partecipazione democratica.

Il futuro viene invece interrogato non come promessa astratta, ma come costruzione concreta. Fidarsi del domani significa creare opportunità, ridurre le disuguaglianze e proteggere chi rischia di restare escluso. Significa anche chiedersi quale sviluppo economico possa essere considerato realmente credibile.

Particolarmente attuale è il percorso dedicato al rapporto fra esseri umani e macchine. La questione non consiste più soltanto nel domandarsi se possiamo fidarci dell’intelligenza artificiale. La domanda più scomoda riguarda la nostra capacità di conservare giudizio critico, responsabilità e libertà di scelta mentre una parte crescente delle decisioni viene affidata a sistemi automatizzati.

Murakami, Gurnah e Maraini: la letteratura come attraversamento

Il prestigio internazionale del festival è testimoniato dalla presenza di alcune delle voci più autorevoli della cultura contemporanea.

Tra gli scrittori insigniti del Taobuk Award figurano Haruki Murakami, Abdulrazak Gurnah, Premio Nobel per la Letteratura, Dacia Maraini, Jonathan Coe e Donato Carrisi. Accanto a loro il poeta siriano-libanese Adonis, autore di un’opera nella quale tradizione e modernità continuano a interrogarsi.

La scelta degli autori suggerisce una geografia letteraria fondata sull’attraversamento dei confini. Nei romanzi di Gurnah, l’esilio e il colonialismo diventano ferite ancora aperte nella storia individuale e collettiva. Murakami esplora invece le zone instabili dell’identità, facendo del quotidiano una soglia verso l’enigma. Dacia Maraini unisce scrittura, memoria e impegno civile, mentre Jonathan Coe adopera il romanzo come strumento di osservazione politica e satirica del presente.

Non sono semplicemente nomi di richiamo. Le loro opere mostrano come la letteratura nasca spesso da una fiducia concessa a ciò che non è immediatamente visibile: una memoria rimossa, una voce dimenticata, un personaggio che chiede di essere ascoltato.

Dall’economia all’arte contemporanea

La natura multidisciplinare di Taobuk emerge anche dalla presenza del Premio Nobel per l’Economia Esther Duflo, chiamata a riflettere sull’esistenza di una vera e propria “economia della fiducia”. Il suo lavoro ricorda che le politiche contro la povertà non possono essere fondate soltanto sulle dichiarazioni d’intenti: devono essere sottoposte a verifica, misurate nei risultati e valutate per il loro impatto sulle vite reali.

Nelle arti visive, il Taobuk Award sarà assegnato ad Anish Kapoor e Valerio Adami, autore dell’immagine scelta per il manifesto dell’edizione 2026. Kapoor porta nella discussione una concezione dell’opera che non si limita a occupare lo spazio, ma lo modifica, costringendo lo spettatore ad abbandonare certezze percettive e punti di riferimento.

Tra i premiati figurano inoltre l’attrice e regista Valeria Bruni Tedeschi, il filosofo e giornalista Bernard-Henri Lévy, il cardinale Gianfranco Ravasi, il direttore d’orchestra Vitali Alekseenok, il sassofonista Stefano Di Battista, la cantante Nicky Nicolai, il coreografo Roberto Zappalà e l’attrice Ester Pantano. Agli scrittori Felicia Kingsley ed Eduardo Mendoza sarà invece conferito il Premio Sicilia.

Il Gala nel Teatro Antico

Il momento più spettacolare sarà il Taobuk Gala, in programma sabato 20 giugno nel Teatro Antico di Taormina.

La cerimonia di consegna dei premi, condotta da Antonella Ferrara e Massimiliano Ossini, vedrà la partecipazione dell’Orchestra Sinfonica del Teatro Massimo Bellini di Catania, diretta da Vitali Alekseenok. La serata sarà trasmessa su Rai 1 il 16 luglio.

La cornice del Teatro Antico non rappresenta soltanto un elemento scenografico. In un luogo attraversato da secoli di rappresentazioni, la cultura contemporanea incontra fisicamente la memoria. Il rischio, comune a molte manifestazioni ospitate in siti di straordinaria bellezza, è che il paesaggio diventi una decorazione utile alla comunicazione. La sfida è invece trasformarlo in parte integrante del discorso: non sfondo passivo, ma spazio vivo nel quale passato e presente possano realmente misurarsi.

Dal Premio Strega Saggistica ai lettori più giovani

Accanto ai grandi incontri, Taobuk conserva una dimensione partecipativa. Durante il festival sarà annunciata la cinquina della seconda edizione del Premio Strega Saggistica, promosso dalla Fondazione Maria e Goffredo Bellonci, Strega Alberti Benevento e Taobuk.

Tornano anche TaobukTeen e TaoKids, i programmi dedicati agli studenti, ai bambini e ai ragazzi, con laboratori, attività di lettura, contest e occasioni di confronto con autori ed esponenti del mondo editoriale.

Tra le iniziative più curiose c’è il Silent Book Party, sezione taorminese del Silent Book Club. Dal 19 al 22 giugno, ogni pomeriggio trenta persone si riuniranno nella Sala Colonna di Palazzo Duchi di Santo Stefano per leggere insieme, ma in silenzio. Le sessioni saranno dedicate rispettivamente a Jonathan Coe, Dacia Maraini, Donato Carrisi e Haruki Murakami.

Un gesto apparentemente semplice, quasi controcorrente: sottrarre il libro alla fretta dell’esibizione pubblica e restituire valore al tempo solitario della lettura. Anche questo, in fondo, è un atto di fiducia. Fiducia nel silenzio, nell’attenzione e nella capacità di una pagina di creare una comunità senza bisogno di rumore.

La cultura come infrastruttura civile

Taobuk 2026 mette in campo un programma imponente. Ma il suo valore non dipenderà soltanto dal numero degli ospiti, dal prestigio dei premiati o dalla spettacolarità del Gala.

La questione più interessante riguarda la possibilità che un festival diventi davvero uno spazio di confronto e non soltanto una successione di personalità, presentazioni e passerelle. In un panorama culturale spesso dominato dalla velocità promozionale, la fiducia si costruisce concedendo tempo alle idee, favorendo il dissenso argomentato e permettendo al pubblico di partecipare senza essere ridotto al ruolo di spettatore.

La cultura non può ricomporre da sola le fratture della società. Può però insegnare a nominarle, sottrarle alla semplificazione e renderle finalmente discutibili. È forse questa la scommessa più ambiziosa di Taobuk: ricordarci che affidarsi all’altro non significa rinunciare al pensiero critico, ma esercitarlo dentro una relazione.

Perché la fiducia autentica non elimina il dubbio. Nasce dalla decisione di attraversarlo.

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