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Taobuk 2026 entra nel vivo: Murakami, Gurnah, Maraini e Kapoor al Teatro Antico

C’è una parola che, più di altre, sembra fragile proprio perché indispensabile: fiducia. Non è una formula rassicurante, né un sentimento da esibire con leggerezza. È piuttosto un atto di esposizione, un rischio condiviso, una domanda rivolta all’altro: credimi, ascoltami, resta. Attorno a questa parola Taobuk 2026 costruisce la sua sedicesima edizione, trasformando Taormina in un laboratorio culturale dove letteratura, cinema, musica, arte, danza, politica e scienza provano a interrogare il presente senza semplificarlo.

Sabato 20 giugno il festival entra nel vivo con una giornata fittissima, destinata a culminare nel Taobuk Gala al Teatro Antico di Taormina. Non è soltanto una serata di premiazioni, ma una sorta di grande rito laico della cultura contemporanea, in uno dei luoghi più simbolici del Mediterraneo. Sul palco riceveranno il Taobuk Award figure che attraversano linguaggi e immaginari diversi: Abdulrazak Gurnah, Haruki Murakami, Dacia Maraini, Jonathan Coe, Donato Carrisi, Anish Kapoor, Valeria Bruni Tedeschi, Stefano Di Battista, Nicky Nicolai, Roberto Zappalà, Ester Pantano e Vitali Alekseenok.

La scelta degli ospiti racconta molto dell’ambizione del festival: non separare i generi, ma metterli in relazione. La fiducia, infatti, non appartiene a un solo campo del sapere. È nella scrittura che custodisce la memoria, nell’arte che sfida la percezione, nella musica che crea comunità, nella danza che affida il corpo allo sguardo altrui, nel cinema che trasforma le fragilità in racconto.

Al Teatro Antico, Vitali Alekseenok dirigerà l’Orchestra Sinfonica del Teatro Massimo Bellini di Catania in un programma che attraversa repertorio classico e colonne sonore, da Brahms a Mascagni, da Khachaturian a John Williams ed Ennio Morricone. Accanto all’orchestra, le voci e gli strumenti di Nicky Nicolai e Stefano Di Battista, con incursioni jazz, e l’omaggio di Giovanni Caccamo a Franco Battiato con La stagione dell’amore. A completare la serata, la Compagnia Zappalà Danza porterà un estratto da Brother to Brother – dall’Etna al Fuji, confermando la vocazione del festival a far dialogare radici siciliane e orizzonti internazionali.

Ma Taobuk non si esaurisce nella spettacolarità del Gala. La giornata è costruita come una mappa di riflessioni. Dacia Maraini, in dialogo con Cristina Dell’Acqua ed Ester Pantano, riporta al centro la parola civile, quella che non consola ma resiste, che attraversa il tempo e continua a chiedere responsabilità. Jonathan Coe, con il suo sguardo ironico e lucidissimo sull’Europa contemporanea, conferma quanto il romanzo possa ancora essere uno strumento critico per leggere le trasformazioni politiche e sociali.

Particolarmente significativo è il percorso dedicato alla fiducia come esperienza dell’umano. Incontri come La parola che resta, attorno al libro AS3 di Valerio Callieri, portano dentro il festival temi scomodi: il carcere, la colpa, la possibilità di raccontarsi oltre una sentenza. Qui la fiducia non è un concetto astratto, ma il gesto radicale di chi ascolta una voce che la società tende a cancellare. Nella stessa direzione si colloca La fiducia che cura, appuntamento dedicato alla dimensione terapeutica del rapporto tra paziente, cura e ricostruzione dell’identità.

Non manca lo sguardo politico. Con America in bilico, Massimo Gaggi e Tamara Jadrejcic raccontano un Paese attraversato da disorientamento, radicalizzazione e sfiducia nelle istituzioni. È uno dei nodi più urgenti del nostro tempo: quando il patto sociale si incrina, la democrazia non cade all’improvviso, ma si svuota lentamente dall’interno. A questo tema risponde anche l’incontro tra il ministro Paolo Zangrillo e gli studenti, pensato come confronto diretto tra giovani e Pubblica Amministrazione.

L’arte visiva trova invece uno dei suoi momenti più attesi nell’inaugurazione della mostra di Anish Kapoor a Palazzo Corvaja, con un dittico e una tela inediti. Kapoor è artista della soglia, del vuoto, della materia che sembra guardare chi la osserva. In un festival dedicato alla fiducia, la sua presenza diventa quasi una provocazione: possiamo fidarci di ciò che vediamo? O l’arte serve proprio a ricordarci che ogni visione è anche un abisso?

Taobuk 2026 appare così come un festival non solo da seguire, ma da attraversare. La fiducia, nelle parole della direttrice artistica Antonella Ferrara, non è “un presupposto acquisito, ma una scelta”. Ed è forse qui che sta il senso più profondo di questa edizione: in un’epoca che consuma parole e diffidenze con la stessa velocità, Taormina prova a restituire alla cultura il suo compito più antico e più necessario. Non offrire risposte facili, ma creare luoghi in cui tornare a porsi domande insieme.

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