Triennale Milano, il nuovo corso di Vincenzo Trione tra design, ricerca e grandi domande
Non un semplice cambio di presidenza, ma il tentativo di ridefinire il modo in cui un’istituzione culturale interpreta il proprio tempo. È questa l’ambizione che emerge dalle linee strategiche di Triennale Milano per il quadriennio 2026-2030, presentate il 14 luglio dal nuovo presidente Vincenzo Trione, nominato alla guida della Fondazione lo scorso 4 giugno.
La formula scelta da Trione per descrivere il progetto è quella della «razionalità e della varietà». Un binomio che rimanda direttamente al Palazzo dell’Arte di Giovanni Muzio, edificio rigoroso e insieme attraversato da percorsi, deviazioni e prospettive inattese. Non si tratta soltanto di una suggestione architettonica: è la metafora di una Triennale che vuole possedere una struttura riconoscibile senza rinunciare alla complessità.
Il rischio, naturalmente, è che la varietà si trasformi in dispersione e che la multidisciplinarietà diventi una semplice somma di linguaggi. La nuova governance sembra voler evitare questo pericolo affidandosi a un principio ordinatore preciso: ogni anno verrà individuata una domanda considerata decisiva per il nostro tempo. Da quell’interrogativo nasceranno mostre monografiche e tematiche, pubblicazioni, progetti di ricerca, incontri e programmi pubblici.
Un’istituzione che preferisce le domande alle risposte
La scelta appare significativa. In una stagione culturale dominata dalla velocità delle opinioni e dalla ricerca di risposte immediatamente spendibili, Triennale rivendica il valore dell’interrogazione. Il museo non dovrebbe limitarsi a esporre oggetti o certificare tendenze, ma diventare uno spazio nel quale le contraddizioni del presente possano essere osservate, discusse e perfino lasciate aperte.
Arte, architettura, design e moda continueranno a rappresentare i territori principali dell’istituzione, ma verranno affiancati sempre più sistematicamente da cinema, musica, teatro e voce. È una visione coerente con la natura contemporanea della produzione culturale, nella quale le discipline non vivono più isolate, ma si incontrano attraverso immagini, corpi, tecnologie e forme di partecipazione.
L’attenzione alla performance, in particolare, suggerisce il passaggio da un museo inteso come contenitore a un luogo fondato sulla relazione tra artisti, opere e pubblico. Gli studi sulla performatività hanno mostrato come l’esperienza artistica non coincida soltanto con un testo o un oggetto, ma si costruisca anche attraverso ciò che accade nello spazio condiviso tra chi crea e chi osserva.
In questa prospettiva assume un valore centrale la riconferma di Carla Morogallo come direttrice generale. La sua idea di Triennale come «infrastruttura culturale» garantisce una continuità importante con la precedente presidenza di Stefano Boeri, soprattutto nella difesa della collegialità e della pluralità delle voci.
Michele De Lucchi e il design come responsabilità
La novità più evidente è l’ingresso di Michele De Lucchi nel doppio ruolo di direttore creativo — incarico introdotto per la prima volta — e responsabile del Museo del Design Italiano.
La nomina affida a una figura centrale della cultura progettuale italiana il compito di costruire un’identità visiva e concettuale capace di attraversare le diverse attività della Triennale. Al tempo stesso, De Lucchi dovrà guidare l’ampliamento del Museo del Design Italiano, estendendo la collezione fino alla contemporaneità e superando una lettura del design fondata esclusivamente sull’oggetto.
L’intenzione è raccontare anche ciò che precede e rende possibile ogni prodotto: il rapporto tra progettisti, imprese e artigiani; la sperimentazione sui materiali; la cultura manifatturiera; le conoscenze che spesso rimangono invisibili dietro la forma conclusa.
Nei suoi “aforismi del design che cambia”, De Lucchi descrive il progetto come energia vitale, ponte tra opposti, responsabilità collettiva e capacità di dare forma al proprio tempo. È un modo per prendere le distanze dall’idea del design come semplice produzione di oggetti desiderabili. La vera sfida sarà trasformare queste dichiarazioni in pratiche verificabili, soprattutto davanti alle questioni ambientali, sociali e produttive che oggi rendono insufficiente qualsiasi discorso puramente estetico.
Il nuovo comitato scientifico
Accanto a De Lucchi, il nuovo comitato scientifico comprende Manuela Lucà-Dazio, curatrice per l’Architettura, e Andrea Viliani, curatore per l’Arte contemporanea. La prima porta con sé una lunga esperienza maturata alla Biennale di Venezia e punta a rafforzare la dimensione internazionale e il dialogo tra le arti. Viliani propone invece una concezione dell’arte come forma di conoscenza, libertà, benessere e cura.
L’autorevolezza, nelle intenzioni del nuovo corso, non dovrà produrre distanza. È probabilmente questo uno dei passaggi più delicati dell’intero programma: rendere accessibili contenuti complessi senza semplificarli, costruendo un’istituzione capace di parlare tanto agli specialisti quanto a chi entra per la prima volta nel Palazzo dell’Arte.
Alla struttura curatoriale si aggiunge una rete di consulenti scientifici. Tra le novità figura Paolo Mereghetti per il cinema, mentre vengono confermati Carlo Antonelli per la musica e Luca Stoppini per la moda. Restano inoltre Umberto Angelini alla direzione artistica di Triennale Teatro e Damiano Gullì alla cura del public program e delle attività editoriali.
Il ritorno dello studio e dell’editoria
Una delle scelte più interessanti riguarda il rafforzamento di “Cuore”, l’Archivio di Triennale, coordinato scientificamente da Chiara Spangaro. L’archivio non viene pensato come un deposito immobile, ma come un organismo produttivo: un luogo dal quale far nascere ricerche, pubblicazioni, attività formative e nuove interpretazioni del patrimonio.
In questa direzione va il rilancio del Centro Studi, chiamato a contribuire alla preparazione della venticinquesima Esposizione Internazionale, prevista nel 2028. Intorno al Centro nasceranno programmi di alta formazione, dottorati e fellowship internazionali rivolti a studiosi, curatori, architetti, artisti e designer.
È significativo anche il ritorno dell’editoria, con collane dedicate a cataloghi, libri e album e con il coinvolgimento della rivista “Lotus”. In un sistema culturale sempre più dipendente dalla comunicazione istantanea, investire nuovamente nei libri significa riaffermare il valore della durata, dell’approfondimento e della costruzione della memoria.
A Gullì sarà affidata anche l’organizzazione delle “Lezioni milanesi”, ispirate alle Norton Lectures di Harvard, attraverso le quali ogni anno una personalità del dibattito contemporaneo potrà sviluppare pubblicamente il proprio pensiero. La rassegna “Work in progress” accompagnerà invece il cammino verso l’Esposizione Internazionale del 2028, coinvolgendo protagonisti delle arti, della letteratura, del cinema, della politica e della riflessione sulla tecnologia.
L’imprevedibilità come metodo
Al comitato scientifico si affiancherà un Advisory Board volutamente extrdisciplinare, composto dalla scrittrice Melania Mazzucco, dal geografo Franco Farinelli, dalla sociologa Nathalie Heinich, dal fisico Carlo Rovelli, dal teologo e filosofo Paolo Benanti e dallo scrittore e saggista Giuliano da Empoli.
La presenza di figure così differenti risponde alla volontà di introdurre nell’istituzione una quota di imprevedibilità. È forse questa la scommessa più affascinante del nuovo corso: non limitarsi a organizzare competenze già riconosciute, ma produrre cortocircuiti tra discipline lontane.
Un fisico può modificare il modo in cui pensiamo lo spazio; un geografo può interrogare l’architettura; una scrittrice può restituire agli oggetti la loro dimensione narrativa; un filosofo della tecnologia può mettere in discussione l’apparente neutralità dell’innovazione.
Una macchina culturale ambiziosa
Il programma comprende inoltre la prosecuzione degli interventi annuali di arte pubblica nel piazzale del Palazzo dell’Arte, il potenziamento del Patron Program e lo studio di un Board of Trustees destinato a sostenere lo sviluppo strategico dell’istituzione.
Marco Sammicheli assumerà il ruolo di Design Week Exhibition Program Lead, mentre Luca Cipelletti, protagonista del recente recupero degli spazi originari progettati da Muzio, sarà direttore architettonico del Palazzo dell’Arte.
Ne emerge una macchina culturale complessa, ambiziosa e carica di aspettative. La sua forza risiede nella volontà di collegare esposizione, produzione, studio, formazione e partecipazione. La sua possibile fragilità sta invece nell’ampiezza stessa del disegno: perché una struttura così articolata funzioni, le diverse attività dovranno riconoscersi in una visione comune e non procedere come compartimenti autonomi.
Il programma delle mostre e delle attività del 2027 sarà presentato nel novembre 2026. Solo allora sarà possibile comprendere come le dichiarazioni strategiche si tradurranno in scelte artistiche concrete.
Per ora resta un’immagine efficace: quella di una Triennale razionale e labirintica, capace di offrire orientamento senza eliminare lo smarrimento. Perché le istituzioni culturali più vive non sono necessariamente quelle che indicano una sola strada, ma quelle che insegnano al pubblico a esplorarne molte.
