“Adotta uno scrittore, una scrittrice” 2026: quando la lettura esce dall’aula (e dall’Italia)
C’è un modo molto concreto di capire se un progetto culturale “funziona”: se, dopo anni di edizioni, non diventa rituale, ma continua a generare domande nuove. Adotta uno scrittore, una scrittrice – iniziativa del Salone Internazionale del Libro di Torino – è esattamente questo: un dispositivo di incontro che prende sul serio la scuola (e non la usa come fondale), prende sul serio gli autori (e non li riduce a “testimonial”), e soprattutto prende sul serio le ragazze e i ragazzi, chiamandoli a un esercizio raro: leggere per capire il mondo e per capire sé stessi.
Nel 2026 il progetto compie un passo simbolicamente potente: per la prima volta varca i confini nazionali e arriva ad Addis Abeba con Annalena Benini, direttrice del Salone, ospite all’Istituto Statale Omnicomprensivo Galileo Galilei dal 18 al 21 febbraio. È una tappa che vale più di una trasferta: segnala che la lettura può essere una lingua franca, capace di tenere insieme identità diverse senza appiattirle. In un tempo in cui si alzano barriere persino nel discorso pubblico, un progetto che “esporta” relazione – non eventi – è già una presa di posizione.
Quattro incontri, non una passerella
La struttura resta fedele alla sua idea fondativa: tre appuntamenti in classe (o in carcere, o in ospedale) e un quarto momento conclusivo al Salone, lunedì 18 maggio 2026. Non è un format “mordi e fuggi”: l’adozione funziona perché ha durata, perché permette a una conversazione di sedimentare. È qui che la scrittura smette di essere materia scolastica e diventa pratica sociale: parlare di un libro significa parlare di paure, desideri, ingiustizie, linguaggi, appartenenze. Significa – senza retorica – allenare uno sguardo critico.
Cruciale anche l’elemento di libertà: alle autrici e agli autori non viene consegnata una griglia, non si chiede un “tema” preconfezionato. L’unico vincolo è partire dai libri e dalla lettura, e da lì aprire lo spazio dell’attualità e della contemporaneità. Questa assenza di didascalismo è la forza del progetto: se la letteratura serve a qualcosa, è proprio a complicare le risposte facili.
Scuola, carcere, ospedale: la stessa dignità
I numeri del 2026 raccontano un’idea ampia di educazione: 40 autrici e autori incontreranno studentesse e studenti in 40 realtà tra scuole, carceri e ospedali, attraversando 9 regioni italiane, da nord a sud. La XXXIV edizione coinvolge 972 partecipanti tra febbraio e maggio, con un’attenzione che merita di essere sottolineata: le classi non sono tutte “uguali”, e il progetto non finge che lo siano.
Ci sono sezioni carcerarie (case circondariali e istituti penali), una classe presso un Istituto Penale Minorile, una sezione ospedaliera (al Regina Margherita di Torino) e, per la terza volta, una classe di minori stranieri non accompagnati e studenti neoarrivati che stanno ancora conquistando la lingua italiana. Qui Adotta mostra la sua vocazione più autentica: non “portare cultura” come concessione, ma riconoscere la cultura come diritto e strumento di cittadinanza.
Un parterre che fotografa il presente
L’elenco degli adottati è, di fatto, una mappa dell’immaginario contemporaneo: reporter come Francesca Mannocchi (che porta anche il tema del conflitto e della testimonianza), studiosi come Vittorio Lingiardi (con un lavoro sui sogni e sul masochismo che apre territori delicati), narratrici e narratori molto diversi per registro e pubblico – da Licia Troisi alla scrittura civile, dall’ironia poetica di Guido Catalano al rap sociale di Kento – fino a fumettisti, illustratrici e autori di graphic novel.
È una scelta intelligente: non esiste un solo modo di leggere, e non esiste una sola alfabetizzazione possibile. Mettere sullo stesso piano romanzo, saggio, poesia, fumetto e podcast significa ammettere che oggi le storie circolano in forme diverse, e che la scuola – se vuole restare viva – deve imparare ad attraversarle.
Il cuore vero: l’intimità della classe
La cosa più preziosa, però, non si misura in numeri né in curriculum. È l’atmosfera: la dimensione “intima e accogliente” delle classi (o dei reparti, o delle sezioni penitenziarie) in cui l’autore non arriva come oratore, ma come interlocutore. È lì che il libro smette di essere oggetto e diventa relazione: un pretesto per nominare emozioni, per allenare empatia, per fare esperienza di confronto senza violenza.
Non è un dettaglio: in anni in cui la discussione pubblica è spesso ridotta a slogan, insegnare – e imparare – a conversare intorno a un testo è un gesto radicale.
Una comunità che si racconta (anche online)
Il progetto continua a vivere anche sul Bookblog, la piattaforma del Salone curata dagli studenti: un passaggio importante, perché sposta il racconto dall’istituzione alla partecipazione. E i materiali video (playlist delle edizioni, documentario sui vent’anni) non servono a “promuovere”, ma a lasciare tracce: esperienze che diventano memoria condivisa, utile a chi arriva dopo.
Perché Addis Abeba conta
L’approdo in Etiopia non è solo una novità geografica: è una domanda su che cosa significhi oggi “scuola italiana” fuori dall’Italia, e su come la letteratura possa costruire ponti dove la politica fatica. Se riuscirà a mantenere la stessa qualità di ascolto che il progetto pratica nelle carceri e negli ospedali, allora Addis Abeba non sarà l’eccezione esotica di un’edizione, ma l’inizio di una traiettoria: portare la lettura dove serve, non solo dove è comodo.
E in fondo è questo il messaggio più attuale di Adotta uno scrittore, una scrittrice: la cultura non è un evento. È un incontro che, quando riesce, cambia entrambe le parti.
