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The Odyssey, Christopher Nolan trasforma il viaggio di Ulisse in un’epopea contro la guerra

Ci sono opere che chiedono di essere adattate e altre che sembrano opporre resistenza a qualsiasi tentativo di contenerle. L’Odissea di Omero appartiene certamente alla seconda categoria: poema fondativo dell’immaginario occidentale, racconto di viaggio e di ritorno, catalogo di mostri, dèi, seduzioni e naufragi, ma soprattutto lunga meditazione sull’identità di un uomo che, dopo aver attraversato la guerra, non riesce più a riconoscersi pienamente nel ruolo dell’eroe.

Con The Odyssey, Christopher Nolan affronta questa materia smisurata senza ridurne l’ambizione. Il risultato è un kolossal di quasi tre ore che procede per grandi visioni, incontri terrificanti e improvvise aperture emotive. Un film concepito per lo schermo cinematografico, nel quale la magnificenza tecnica non è soltanto decorazione, ma diventa il linguaggio attraverso cui il mito acquista nuovamente corpo.

L’uscita internazionale è fissata per il 17 luglio 2026. Universal presenta il progetto come il primo lungometraggio girato interamente con cineprese IMAX su pellicola, ulteriore tappa della ricerca di Nolan su un cinema immersivo, fisico e ostinatamente legato alla materia dell’immagine.

Un mito riportato sulla terra

La scelta più interessante del regista consiste nel trattare gli elementi fantastici del poema con un marcato naturalismo. Ciclopi, streghe, tempeste e divinità non sembrano provenire da un universo separato dal nostro: possiedono peso, consistenza, pericolo. Sono presenze concrete, capaci di ferire i corpi e sconvolgere le coscienze.

Nolan evita così l’estetica levigata e artificiale di molto cinema mitologico contemporaneo. Le scenografie di Ruth De Jong e la fotografia di Hoyte van Hoytema restituiscono paesaggi insieme arcaici e senza tempo, mentre il ricorso agli effetti pratici rende persino l’impossibile sorprendentemente tangibile.

Il mare non è un semplice fondale. È una forza ostile, mutevole, quasi un personaggio. Le imbarcazioni sembrano fragili, gli uomini esposti, la natura indifferente alle loro ambizioni. La spettacolarità nasce proprio da questa sproporzione: da una parte l’essere umano, dall’altra un mondo che non si lascia dominare.

Un Ulisse stanco, lontano dall’eroe invincibile

Al centro del racconto c’è Matt Damon, che interpreta Ulisse come un sovrano invecchiato troppo presto, segnato dai dieci anni della guerra di Troia e dal peso delle proprie decisioni. Non è il condottiero statuario e infallibile della tradizione più celebrativa, ma un uomo esitante, tormentato e soprattutto stanco.

Il suo desiderio di tornare a Itaca, dalla moglie Penelope e dal figlio Telemaco, fornisce al film una direzione emotiva immediata. Eppure il ritorno non coincide soltanto con il raggiungimento di una meta geografica. Ulisse deve capire se esista ancora una casa capace di accoglierlo e se lui stesso sia ancora l’uomo che quella casa aveva lasciato.

Damon privilegia la vulnerabilità alla solennità. Non sempre riesce a restituire fino in fondo l’incendio interiore del personaggio, ma conserva una qualità essenziale: la sua umanità rende credibile il bisogno di ricongiungersi alla famiglia e trasforma il viaggio in qualcosa di più di una successione di prove spettacolari.

Ad attenderlo a Itaca ci sono Penelope, interpretata da Anne Hathaway, e Telemaco, affidato a Tom Holland. La loro non è un’attesa passiva. Mentre molti considerano Ulisse ormai morto, i pretendenti cercano di conquistare la regina e, con lei, il trono. Robert Pattinson presta ad Antinoo un’inquietante ambiguità, incarnando una minaccia che è insieme politica, familiare e morale.

La struttura di Nolan incontra il racconto omerico

L’Odissea era già, nella sua forma originaria, un’opera costruita attraverso racconti nel racconto, memorie, anticipazioni e riconoscimenti. Nolan trova quindi nel poema un terreno congeniale alla propria idea di narrazione.

Il film procede attraverso flashback incastonati l’uno nell’altro, alternando il viaggio di Ulisse alla resistenza di Penelope e alla ricerca condotta da Telemaco. Il tempo non scorre in linea retta: si spezza, ritorna, viene ricostruito da chi racconta.

Questa architettura conferisce alla vicenda una complessità che va oltre la semplice avventura. Ogni episodio sembra infatti filtrato dalla memoria di un reduce. Ciò che vediamo potrebbe essere esperienza, leggenda, trauma o autoassoluzione. Nolan non cerca di separare nettamente queste possibilità, ma lascia che convivano.

L’imponente cast accompagna il protagonista nelle diverse tappe del viaggio: Charlize Theron interpreta Calipso, Zendaya assume il ruolo di Atena, Lupita Nyong’o compare in una doppia parte, mentre Samantha Morton dà alla maga Circe una ferocia capace di trasformare il suo episodio in uno dei momenti più perturbanti del film.

La quantità di personaggi e avvenimenti non permette a tutti di ottenere lo stesso spazio. Alcune figure restano inevitabilmente ai margini, quasi apparizioni all’interno di un affresco troppo vasto per soffermarsi su ogni volto. Ma proprio questa abbondanza restituisce qualcosa della natura enciclopedica del poema omerico.

Lo spettacolo come esperienza fisica

Visto in IMAX, The Odyssey punta a cancellare la distanza tra lo spettatore e l’immagine. Le battaglie, le tempeste e gli incontri con le creature mitiche sono costruiti come esperienze sensoriali prima ancora che narrative.

Il montaggio di Jennifer Lame mantiene le grandi sequenze d’azione leggibili e vigorose. La musica di Ludwig Göransson accompagna il viaggio con pulsazioni profonde, suoni metallici e un’insistenza ritmica che sembra provenire dal ventre stesso delle navi.

Il film non rinuncia a nessuno dei passaggi più celebri del mito: il cavallo di Troia, la discesa nel regno dei morti, le insidie incontrate sul mare e il confronto finale con i pretendenti. Nolan li affronta con la consapevolezza di mettere in scena immagini già presenti da secoli nella memoria collettiva.

La grandezza del progetto non risiede quindi soltanto nel mostrarle, ma nel tentativo di restituire loro pericolosità. Lo spettatore sa che Ulisse sopravviverà, eppure il film cerca continuamente di far percepire la precarietà del suo destino.

Dopo Oppenheimer, un’altra riflessione sulle conseguenze della violenza

Dietro il racconto avventuroso emerge il tema più significativo del film: la guerra non produce necessariamente eroi, ma sopravvissuti incapaci di liberarsi da ciò che hanno visto e compiuto.

Come già in Oppenheimer, Nolan osserva con inquietudine la capacità umana di trasformare l’ingegno in distruzione. Ulisse ha vinto la guerra di Troia, ma quella vittoria non lo rende libero. Al contrario, lo accompagna come una colpa.

Il viaggio verso Itaca può allora essere interpretato come un lungo tentativo di espiazione. Le creature affrontate lungo il cammino non sono soltanto ostacoli esterni: sembrano assumere la forma delle paure, degli errori e dei morti che il protagonista porta con sé.

È qui che The Odyssey supera la dimensione del kolossal mitologico. Il film mette in discussione la glorificazione del combattimento tramandata per secoli dalle narrazioni eroiche. La guerra promette onore e immortalità, ma lascia dietro di sé famiglie spezzate, città saccheggiate e uomini emotivamente devastati.

Il ritorno dell’eroe non coincide perciò con il ristabilimento automatico dell’ordine. Tornare significa rispondere delle proprie azioni e comprendere che nessuno può attraversare la violenza restando identico a se stesso.

Un’opera monumentale, non sempre altrettanto intima

La potenza visiva di The Odyssey è indiscutibile. Nolan domina lo spazio, il ritmo e la costruzione delle grandi scene con una sicurezza rara nel cinema spettacolare contemporaneo. Ogni elemento tecnico concorre a creare un mondo credibile, gigantesco e minaccioso.

Più incerta appare, in alcuni passaggi, la dimensione emotiva. L’accumulo di episodi e personaggi rende il racconto meno agile e non tutte le riflessioni morali riescono a raggiungere la stessa forza delle immagini. Il percorso di redenzione di Ulisse, pur centrale, rischia talvolta di essere sovrastato dalla magnificenza dell’allestimento.

È una contraddizione che appartiene alla natura stessa dell’impresa. Nolan vuole interrogare il mito dell’eroe servendosi di uno spettacolo cinematografico costruito proprio sulla sua grandezza. Da una parte ne smonta la retorica, dall’altra ne celebra irresistibilmente la potenza figurativa.

Ma forse è proprio in questa tensione che il film trova la propria identità. The Odyssey non è una semplice trasposizione di Omero né un esercizio di fedeltà filologica. È il tentativo di usare uno dei più antichi racconti dell’Occidente per parlare della difficoltà di tornare, della fragilità dell’identità e delle ferite che la guerra continua a infliggere anche dopo la sua conclusione.

Il viaggio di Ulisse diventa così quello di ogni uomo costretto a chiedersi che cosa sia rimasto di lui al termine della battaglia. Nolan risponde con un’opera imponente, imperfetta e travolgente: un’esperienza capace di sommergere lo spettatore come il mare che separa il protagonista dalla sua casa.

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