Locarno 2026, il cinema come spazio aperto: 103 anteprime mondiali tra ricerca, politica e grande pubblico
C’è un’idea di festival che si limita a ordinare film dentro sezioni, concorsi e calendari. E ce n’è un’altra, più ambiziosa, che prova a costruire relazioni: tra opere lontane, pubblici differenti, industrie produttive spesso considerate inconciliabili. È lungo questa seconda strada che sembra muoversi la 79ª edizione del Locarno Film Festival, in programma nella città svizzera dal 5 al 15 agosto 2026.
I numeri descrivono una manifestazione imponente: 233 film provenienti da 69 Paesi di produzione e coproduzione, selezionati a partire dal record di 7.759 opere presentate. Ben 103 saranno anteprime mondiali e otto anteprime internazionali. Una quantità che, da sola, non garantisce naturalmente la qualità, ma racconta la volontà di Locarno di confermarsi come luogo di scoperta e possibile laboratorio del cinema futuro.
La linea indicata dal direttore artistico Giona A. Nazzaro è quella di una programmazione inclusiva, creativa e aperta. Non un catalogo riservato agli specialisti, dunque, ma un’esperienza da attraversare con curiosità, passando da un autore radicale a un film di genere, da un’opera prima a una produzione statunitense destinata a un pubblico più vasto.
È proprio questa possibilità di cambiare continuamente prospettiva a rappresentare uno degli elementi più interessanti di Locarno. Il festival non chiede allo spettatore di scegliere preventivamente tra cinema d’autore e intrattenimento. Cerca, piuttosto, di mettere in discussione la separazione stessa.
Un atlante del cinema contemporaneo
Tra le anteprime più attese figura 16 Moments of My Life di Albert Serra, documentario dedicato a Ingrid Caven, cantante, attrice e figura legata all’universo artistico di Rainer Werner Fassbinder. Il film promette di confrontarsi non soltanto con una biografia, ma con la memoria di un’intera stagione culturale europea, osservata attraverso una personalità capace di attraversare cinema, musica e teatro.
Accanto ai nomi affermati trovano spazio autori provenienti da cinematografie diverse: il rumeno Florin Șerban con You Don’t Belong Here, Maria Bäck con il dramma romantico Brave New Love, interpretato da Anders Danielsen Lie, e il sudcoreano Hong Sangsoo con Nowhere to Lay My Eyes. Quest’ultimo, fedele alla propria poetica fatta di incontri apparentemente minimi, esitazioni sentimentali e sottili ripetizioni, torna a proporre un cinema nel quale la quotidianità diventa un territorio di continua interrogazione.
La varietà non è soltanto geografica. È soprattutto una pluralità di forme, stili e strategie produttive. Il programma vuole accostare film formalmente audaci a opere capaci di parlare a platee numerose, senza trasformare l’accessibilità in sinonimo di semplificazione. La selezione ufficiale comprende inoltre undici opere prime candidate allo Swatch First Feature Award e diciannove titoli in corsa per il Pardo for Change, riconoscimento destinato ai lavori che affrontano questioni ambientali, sociali, culturali ed etiche.
Il festival come trampolino internazionale
Locarno continua a essere particolarmente importante per i registi emergenti. In un mercato cinematografico nel quale trovare una distribuzione è spesso più difficile che realizzare il film stesso, una selezione festivaliera può cambiare concretamente il destino di un’opera.
Lo dimostra il percorso di Blue Heron, esordio della regista canadese Sophy Romvari. Il film, racconto semi-autobiografico su una ragazza cresciuta in Canada all’interno di una famiglia di origine ungherese, ha attirato l’attenzione della distribuzione internazionale dopo il passaggio al festival. È stato acquisito negli Stati Uniti da Janus Films e ha poi ottenuto riconoscimenti in diverse manifestazioni nordamericane.
Un percorso significativo ha riguardato anche Gioia Mia, distribuito all’estero con il titolo Sweetheart, opera prima dell’italiana Margherita Spampinato. Il film ha circolato in numerosi territori e la regista ha successivamente ricevuto a Cannes il Women In Motion Emerging Talent Award, accompagnato da un sostegno economico destinato alla realizzazione del secondo lungometraggio. Nazzaro cita entrambi i casi per respingere l’idea, ancora diffusa, che i film scoperti a Locarno siano destinati a rimanere confinati nel circuito festivaliero.
Qui emerge una delle funzioni più concrete della manifestazione: non soltanto attribuire prestigio culturale, ma mettere in contatto autori, produttori, venditori e distributori. Il festival diventa così un punto di passaggio tra creazione e mercato, senza fingere che le due dimensioni possano essere completamente separate.
L’America non è il nemico
La presenza del cinema statunitense è un altro elemento centrale della visione di Nazzaro. Il direttore artistico rifiuta la contrapposizione automatica tra Europa e Stati Uniti, come se da una parte esistessero esclusivamente libertà creativa e profondità, e dall’altra soltanto logiche industriali.
In Piazza Grande saranno presentati titoli come Paper Tiger di James Gray e The Invite di Olivia Wilde. A questi si affiancano classici moderni come Taxi Driver, Dances with Wolves e Wild at Heart: opere differenti, ma capaci di mostrare quanto il cinema americano abbia saputo coniugare immaginario popolare, sperimentazione narrativa e inquietudine politica. Il programma ufficiale conferma inoltre il ritorno sul grande schermo di Piazza Grande del film di Martin Scorsese.
Il panorama indipendente statunitense è rappresentato, tra gli altri, da Destroy All Girls di Erin Vassilopoulos, road movie ambientato nella cultura dello street skating tra New York e New Jersey, e dal dramma carcerario Bruton di Vincent Grashaw.
Piazza Grande, con le sue migliaia di spettatori e uno degli schermi all’aperto più grandi al mondo, diventa in questo senso un osservatorio privilegiato. Non è soltanto la cornice spettacolare del festival: è uno spazio nel quale verificare la capacità di un film di entrare in relazione con un pubblico eterogeneo.
Il genere come linguaggio del presente
Locarno non rinuncia neppure al cinema di genere, troppo spesso considerato una zona minore della produzione cinematografica. Horror, fantastico e thriller possiedono invece una straordinaria capacità di intercettare paure collettive, trasformazioni sociali e desideri rimossi.
La selezione di Bloody Tennis e l’omaggio ad Asia Argento, destinataria di un premio alla carriera, indicano la volontà di riconoscere il valore culturale di linguaggi che continuano ad attirare soprattutto gli spettatori più giovani. La proiezione di Frankenstein Unbound, diretto nel 1990 da Roger Corman, celebrerà inoltre il centenario della nascita del regista e produttore americano.
La battuta di Nazzaro secondo cui i film di genere sarebbero simili agli zombie — impossibili da fermare finché non se ne separa la testa dal corpo — contiene una verità meno scherzosa di quanto sembri. In una fase di crisi delle sale, horror e fantastico continuano a generare comunità, rituali collettivi e curiosità. Non sono soltanto prodotti resistenti alle recessioni industriali: sono spesso i luoghi nei quali il cinema popolare riesce ancora a interrogare le inquietudini del proprio tempo.
La politica senza trasformare il festival in un tribunale
Il programma affronta anche questioni politiche destinate a suscitare discussioni. Concrete Land della regista palestinese-giordana Asmahan Bkerat segue una famiglia beduina alle prese con l’urbanizzazione e con la progressiva perdita del proprio spazio vitale. Tear Gas del georgiano Uta Beria ambienta invece una storia d’amore durante le proteste che attraversarono Tbilisi nel 2019.
La scelta è significativa in un momento nel quale diversi festival europei sono diventati luoghi di contestazioni, appelli, boicottaggi e scontri simbolici. Nazzaro rivendica la necessità di non allontanarsi dalla politica, perché significherebbe allontanarsi dal mondo. Al tempo stesso, però, non vuole presentare Locarno come una manifestazione ideologica.
È una posizione affascinante, ma anche delicata. Dichiararsi “piattaforma aperta” non elimina il peso delle decisioni curatoriali: scegliere un film, inserirlo in una sezione e collocarlo accanto a un altro titolo significa sempre produrre un discorso. La neutralità assoluta non esiste, soprattutto quando le immagini raccontano conflitti, disuguaglianze e identità minacciate.
L’apertura può tuttavia diventare un metodo, più che un alibi: permettere alle opere di esprimere prospettive differenti, accettare il dissenso non violento e sottrarre il cinema alla richiesta di fornire risposte immediate. Un festival non dovrebbe trasformarsi in un tribunale che distribuisce certificati di correttezza morale. Dovrebbe però assumersi la responsabilità di creare le condizioni per un confronto informato.
Contro l’idea di un cinema per pochi
Nazzaro ha respinto esplicitamente l’etichetta di cinema elitario. A suo giudizio non esiste una vera barriera tra cinema popolare e cinema d’autore: è il mercato, spesso, a utilizzare queste categorie per rendere prevedibili i film e i loro pubblici. L’ideale sarebbe vedere lo stesso spettatore passare, nell’arco di una giornata, da un’opera radicale a un horror e poi a un documentario vietnamita.
È forse questa la scommessa più autentica di Locarno 2026. Non semplicemente mostrare molti film, ma restituire allo spettatore la libertà di essere contraddittorio, curioso e imprevedibile.
In un sistema culturale sempre più governato da algoritmi che suggeriscono opere simili a quelle già viste, il festival propone l’esperienza opposta: l’incontro con ciò che non stavamo cercando. Il cinema torna così a essere un luogo di scoperta, non la conferma automatica dei nostri gusti.
Dal 5 al 15 agosto, Locarno proverà a dimostrare che una produzione hollywoodiana, un’opera prima, un documentario politico e un horror possono abitare lo stesso spazio. Non perché siano equivalenti, ma perché soltanto dal loro confronto può emergere un’immagine abbastanza complessa del cinema contemporaneo.
